imageNoi viviamo in un mondo che cambia velocemente. Molti sviluppi scientifici e tecnologici hanno un diretto impatto sulla coscienza umana. Sembra possibile che, nei prossimi 100 anni, un significante numero di esseri umani vivrà in stazioni spaziali. Cosa accadrà alla mente umana quando la Realtà Virtuale diventerà onnipresente?
Saranno ancora spinti a seguire una ricerca spirituale, o per lo meno, la loro coscienza, gli umani geneticamente modificati? Ebbene, tecnologia e coscienza umana non sono due mondi così lontani: pensiamo al termine “hacker“, usato e abusato nell’era informatica, legandolo all’utilizzo non convenzionale degli strumenti, o comunque alla grande curiosità e al desiderio di entrare molto a fondo nella tecnologia informatica. In realtà, è una proprietà umana. Addirittura, potremmo affermare che personaggi di spicco del calibro di Gandhi, Einstein o Martin Luther erano hacker, e ciò per il loro ragionare fuori dagli schemi, il poter trovare soluzioni o esporsi senza riserve. Chi possiede il coraggio, secondo l’accezione latina, può essere definito “hacker“. Il segreto dell’evoluzione tecnologica è la forte curiosità di scienziati ed esperti high-tech per il modo in cui questa tecnologia si va’ evolvendo, e che sta ormai diventando sempre più una protesi e una (seppur pallida) imitazione delle facoltà umane. Dal momento, però, che gli umani continuano a esistere e sono dotati di facoltà, qual è lo scopo di questo sviluppo? Per molti, questa ‘ipertecnologizzazione‘ sembrerebbe una sconfitta, perché l’essere umano la sta privando della sua originaria funzione di utilità come amplificatore delle sue capacità, delegandole tutto quello che noi siamo, che abbiamo e che ci rappresenta. Tranne la nostra interiorità, si spera. Un esempio su tutti è dato dal tanto pubblicizzato pagamento contactless, che permette di pagare senza mettere mano al portafoglio, o aprire le porte senza usare le chiavi, delegando, di fatto, le proprie azioni quotidiane a dei meccanismi automatici, che infrangono anche la nostra sfera privata se consideriamo i social network, i quali, oramai, sono da considerare dei veri e propri sistemi di autoschedatura, grazie ai quali adesso non c’è più bisogno degli investigatori privati per creare un dossier su una persona, finendo col rivelare – se non si presta la dovuta attenzione – anche molte informazioni private che sono protette dalla legge sulla privacy: ad esempio, lo stato di salute, il credo religioso, la preferenza politica e l’orientamento sessuale. Ma, anche qui, come in tutte le cose, è la nostra coscienza a doverci guidare. Vi è un bombardamento di stimoli sempre maggiore, partito dall’era della televisione ma che ora con la rete si rafforza sempre di più. Il potenziale è positivo, e su questo non c’è nulla da controbattere: l’accesso alle reti sociali, a più conoscenza, a più stimoli permette di arricchire la nostra esperienza. Viene da sé che nell’era del “tutto e subito”, risolvere questa diatriba tra favorevoli e contrari sia difficilissimo. Eppure la sensazione è che sia estremamente importante. Insomma, tra troppa capacità comunicativa e ipercriticità serve trovare un punto d’equilibrio: il rischio opposto è che tutta la nostra società faccia dei grossi passi indietro.

 

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